Serena Pulga, Una foglia di cedrina, AZeta Fastpress, Bologna, 2006
Il fatto innegabile, e di per sé irrilevante, che questo libro di memorie mi abbia commossa fino al punto di impedirmene una lettura spedita (cosa che non mi capitava più dalla prima adolescenza), indubbiamente non costituisce un titolo di merito, ma è certamente sintomatico di una sua particolare densità emotiva ed aromatica (già allusa nel titolo) legata alla memoria, al ricordo, a sensazioni provenienti dall’infanzia – che io in qualche modo devo avere cancellato e rimosso – e che l’autrice, una splendida ultra ottantenne, ricorda invece con una precisione adamantina ed esprime con uno stile di rare limpidezza e pulizia.
Si sa che il flusso del ricordo è spesso provocato da un profumo. Qui è una umile e semplice foglia di cedrina (o erba limona o citrosella), strappata a una triste e stentata piantina di città e strizzata fra le dita per estrarne il profumo residuo, a compiere la magia: «affondo in quel profumo e un mondo lontano riappare». E un mondo contadino scomparso da cui si dipana il percorso di una donna e della sua famiglia attraverso il fascismo e gli anni della guerra.Lei stessa dice: «Oggi il ricordare è una componente essenziale di ogni mia giornata e le ore non bastano mai a soddisfare il desiderio di recuperare, ripercorrere, riesaminare il passato».C’è uno spessore stratificato di ricordi personali che si intrecciano ai fatti politici, alla “storia” con le sue ripercussioni sulla vita delle persone comuni, ricordi precisi e contingenti, oppure emblematici e universali, che si spostano nel tempo indietro e in avanti collegandosi col presente e, spesso, alleggerendolo con la cifra dell’ironia. Le descrizioni sono vive, movimentate, con l’occhio che guarda spostandosi come una cinepresa all’esterno e come un periscopio all’interno a cogliere e indagare moti e sentimenti. Ed ecco aprirsi il primo grande scenario in Toscana con l’imponente villa della Smilea (portata in dote ai Medici nel `400) con i suoi alberi secolari e i muri decorati di stemmi antichi, il giardino fragrante di erba cedrina, dove l’autrice ha trascorso le prime estati felici dell’infanzia presso i nonni paterni che svolgevano la funzione di ‘casieri’ (custodi).Affiorano, come da un serbatoio inestinguibile, le tradizioni contadine di inizio `900 con usi e costumi dimenticati e sepolti, più che dal tempo, da due guerre mondiali particolarmente rovinose. Vengono alla luce arnesi e suppellettili quali lumini a olio, cassette di ferro dove le ragazze conservavano le lettere d’amore, pratiche del quotidiano come la cerimonia settimanale del `fare il pane’ e quella faticosa e complessa del bucato mensile al lavatoio di pietra, poi sbiancato con il `ranno’ (un misto di cenere e sapone), la lunga procedura dell’uccisione del maiale, la spannocchiatura del granoturco allietata da-burle e `strambotti’ in rima e infine arti e mestieri quali il `fare la treccia’ abilità di base essenziale all’industria dei cappelli di paglia di Firenze a cui le donne erano destinate a dedicarsi dall’infanzia alla vecchiaia. Lo scenario cambia e s’incupisce man mano che l’autrice entra nell’adolescenza e l’Italia nell’era fascista. Interessanti e mai banali le riflessioni sulla vita, sulla religione, sulla giovinezza, sul difficile rapporto con l’altro sesso. Particolarmente puntuale e significativa l’analisi dell’influenza del fascismo sui giovani attraverso i pervasivi meccanismi di condizionamento messi in opera soprattutto nella scuola attraverso i programmi scolastici. Influenza a cui l’autrice stessa coraggiosamente confessa di non essere riuscita a sottrarsi, almeno nei primi inconsapevoli anni dell’adolescenza, reagendo così a quella rimozione generalizzata e ancora oggi presente in Italia nei confronti di quel pezzo del nostro passato. E questo comunque la dice lunga sul potere persuasivo di una propaganda battente e diffusa che non lasciava nessuno spazio al dissenso e poco all’indifferenza, come confermano anche i racconti di mia madre (allora insegnante elementare) che doveva nascondere la sua viscerale avversione alle parate fasciste in divisa per non dare nell’occhio e non entrare in conflitto con le gerarchie scolastiche. Lo scenario terribile della guerra coincide con gli anni della prima giovinezza, bloccandone spensieratezza e speranza per il futuro. Si vive alla giornata, prima scarsamente consapevoli, poi disorientati, e infine spaventati e affamati man mano che le operazioni procedono e il cerchio si stringe su una popolazione mal informata dai bollettini di guerra «specializzati nel mistificare le notizie». Solo «Radio Londra aggiornava sulla reale situazione» ma veniva ascoltata «col cuore in gola per la paura di essere scoperti». Emerge nel racconto asciutto e allo stesso tempo drammaticamente coinvolgente la forza disperata della gente comune, sempre minacciata da pericoli di sopravvivenza e sempre impegnata a trovare soluzioni e strategie per vivere. Particolarmente creative in questa lotta per la vita risultano essere le donne, in prima linea in quella che ben si può chiamare `l’altra resistenza’, quella combattuta senza armi giorno per giorno contro la fame, gli stenti, talvolta mettendo in pericolo la propria vita per procurarsi un po’ di pasta, un po’ di farina, un po’ di sapone.
«Cominciammo a dimagrire e i vestiti già cominciavano a penzolare addosso. E non era che l’inizio». E il seguito portò i bombardamenti, l’invasione, lo sfollamento dell’autrice con la famiglia in luoghi sempre più lontani e appartati, al limite di una sopravvivenza primordiale e arrangiata in cui saper fare sandali con copertoni e suole di legno per famigliari e amici in carenza di scarpe diventa un’abilità preziosa.
Può risultare sorprendente che, pur in questa situazione di emergenza continua, appena possibile, la vita abbia il sopravvento e riesca a prendere una parvenza di normalità: il padre va ogni tanto a Bologna in bicicletta, l’autrice riesce a studiare e a prendere la maturità, trova perfino l’amore della sua vita in un ragazzo, prima villeggiante, poi sfollato nello stesso paese dell’Appennino emiliano e, dopo la liberazione, riesce a organizzare una scuola per i bambini delle famiglie sfollate nella zona.
Non mancano episodi quasi comici quando descrive i personaggi e i rapporti che si instaurano fra la gente del luogo e il piccolo contingente dell’esercito alleato, di origine brasiliana, rapporti in cui il cibo, dopo tanti stenti, è elemento fondamentale di scambio, ma è anche tramite di conoscenza. «Quando scoprirono come erano buone le tagliatelle arrivavano con tutti gli ingredienti, uova, farina, carne, e ridendo appena dentro pronunciavano la domanda di rito: “Mamma, tagliatelle?». La fine della guerra non porta «nessuna esplosione di gioia, bloccata da una domanda che copre tutto l’orizzonte: e ora?».Gli eventi politici incalzanti, l’inventario del disastro, l’urgenza della ricostruzione, la ripresa faticosa della vita normale accompagnata dalla consapevolezza che gradualmente si fa strada della tragedia immane che si è compiuta al di là e oltre quella personale, trovano un’espressione asciutta e dolente e si appoggiano alle parole di Primo Levi per porsi il tormentoso interrogativo: perché è potuto accadere? Ed è proprio a Primo Levi che mi sento di associare lo stile limpidamente classico nella forma e concreto nella sostanza di questa meravigliosa `promettente scrittrice ottantenne’, come lei ama definirsi con la leggerezza autoironica che le è propria. Vorrei qui solo aggiungere una nota personale. La copia in mio possesso di questo libro porta una dedica scritta con l’inconfondibile bella calligrafia di una volta «Ad Anna e a tutte le altre del Gruppo ‘98 con nostalgia». Ma la nostalgia è tutta nostra, di noi componenti del Gruppo ‘98 di poesia che lei stessa ha fondato, appunto nel ‘98, con lo sdrammatizzante sottotitolo di `tè e pasticcini’ e poi abbandonato per “raggiunti limiti di età” ma, adesso lo sappiamo, per dedicarsi completamente a ricordare e a scrivere questo prezioso libro di memorie. Grazie, Serena, anche a nome delle altre del gruppo
Di Anna Zoli.
Da Leggere Donna n. 126

Il deserto dei sentimenti
“Una testimonianza, una denuncia,
ma anche un atto di simpatia
e di attenzione,
verso tutte quelle donne
che sono ancora prigioniere
di un matrimonio non voluto,
di una famiglia violenta,
di uno sfruttatore,
e di una discriminazione storica,
difficile da superare.
Un libro, ma anche uno spettacolo teatrale. Questo lavoro di Dacia Maraini racconta le discriminazioni e le violenze subite da sette donne, Lhakpa, Aisha, Civita, Juliette, Amina, Teresa e Viollca “Passi affrettati” non parla solo di una violenza insensata ma racconta un universo più complesso, un deserto nelle relazioni, una rappresentazione del corpo e del desiderio maschile schiacciati nella categoria dei bassi istinti da imporre con la violenza o con il denaro scrive nella prefazione Maria Rosaria La Morgia.
Queste donne, vittime dei padri, mariti, figli, ci ricordano gli articoli dei giornali in cui le storie di violenza contro le donne si susseguono continuando ad indignarci.
Sono fatti che indifferentemente attraversano il “civile” occidente e il “mistico” oriente: Lhakpa, quattordicenne tibetana, viene picchiata e stuprata da soldati cinesi; Aisha, ragazzina giordana incinta, viene cosparsa di benzina e bruciata dal padre; Amina, ventitreenne nigeriana, è condannata per aver avuto un figlio fuori del matrimonio; Viollca, portata in Italia ancora bambina, viene venduta vergine a un uomo per cinquanta euro.
La violenza sulle donne appartiene purtroppo alla vita di tutti i giorni, dice ancora La Morgia: “C’è un nodo da sciogliere e riguarda l’urgenza di riconoscere e rispettare la libertà delle donne, un diritto sul quale non si possono concedere sconti. E c’è una realtà che non possiamo nascondere: ha radici profonde nella cultura e nelle forme di organizzazione della società fino a permeare l’immaginario, per questo la violenza contro le donne non può essere ridotta alla devianza di maniaci o squilibrati contro i quali alimentare risposte emergenziali, riguarda tutte le latitudini del nostro paese, la provincia come le grandi città, tutte le classi sociali e i livelli di istruzione.
Interroga direttamente la nostra normalità e il nostro presente. La violenza estrema dell’uccisione rischia di farci dimenticare le tante facce di quell’universo che ha a che fare con lo stupro, con il consumo del corpo femminile, con la sessualità ridotta a sfogo separato dalla relazioni, con l’imposizione del corpo maschile e con le categorie misere della potenza, della prestazione e della virilità incapaci di riconoscere la soggettività femminile
di Teresa Berti
Da Noi donne del mese di marzo.

Barbara Garlaschelli
FramMenti
Moby Dick
Parlare di malattia mentale non è più di moda. C’è stato un periodo, due o tre decenni fa, in cui la società si era riproposta di abbattere gli steccati che dividevano le persone in categorie e le rinchiudevano in mondi separati. ma quei tentativi sono acqua passata e dimenticata. Ora si è tornati all’immobilità di classi ben distinte, si ha forse l’impressione di un maggior ordine (oppure è l’individualismo dominante che impedisce di riconoscere ciò che è diverso?), e non ci si accorge di quanto tutto ciò sia falso e arbitrario. Spesso il nome di Franco Basaglia, padre fondatore dell’ antipsichiatria in Italia e ispiratore della legge 180, viene ricordato con quella sorta di malcelato fastidio che spetta ai grandi utopisti rivoluzionari. colpevoli di aver presentato il conto a un processo di sviluppo storico senza autentico progresso umano.
Tanto più meritorio e coraggioso allora un libro fresco di stampa, FramMenti di Barbara Garlaschelli, dedicato al disagio mentale, in tempi in cui questa malattia viene evocata solo in occasione di qualche delitto, per addebitare responsabilità a medici ed educatori che non avrebbero capito, avrebbero sottovalutato, e per invocare maggiore severità, un sistema più rigoroso, magari il ritorno a rigide strutture manicomiali. Le migliaia e migliaia di persone che quotidianamente soffrono e si sforzano di convivere con il loro male e che sentono pesare su di sé il pregiudizio che le esclude dalla vita cosiddetta normale. quelle è come se non esistessero.
FramMenti è il resoconto di alcuni mesi trascorsi dalla scrittrice all’interno del Centro Psico Sociale di via Ugo Betti a Milano, dove tutti trovano voce, i malati utenti del centro, gli infermieri, i medici, gli educatori e la scrittrice stessa. Ne risulta una narrazione rapsodica, che alterna prosa e poesia, ricordi e riflessioni, impressioni e pensieri, confessioni dolorose e sfoghi. Indovinato e suggestivo il titolo: sono frammenti di racconto. di storie, ma anche frammenti di vite, vite cioè mandate in frantumi che si sforzano in qualche modo di ricomporsi in un insieme più unitario, frammenti di narrazioni e poesie e anche dialoghi ‘fra menti”, resoconti di quanto avviene in quegli interstizi.
Il risultato è un quadro estremamente vivo anche nei momenti più dolorosi. Il Centro, un cubo di cartone, lo definisce l’autrice, caldo d’estate e freddo d’inverno, ha le pareti che si scrostano, gli studi troppo piccoli o troppo grandi, il bianco dei muri che è diventato grigio e altri colori che non si riconoscono più. Eppure è un fortino, con la differenza che dentro si sono rifugiati gli indiani, aggiunge Emilio, “i nostri” cioè sono fuori, “i nostri” sono quelli che mettono l’assedio. Di volta in volta, questo luogo all’apparenza poco accogliente viene definito casa, rifugio, luce, platano che dà riparo, fattoria con animali di tutti i tipi. Perché all’interno di queste pareti circola il bene prezioso che è l’umanità, e le persone che lo frequentano per quanto portatrici di sofferenze a volte quasi insopportabili trovano qui comprensione e sostegno, aiuto e conforto.
L’autrice si mette in disparte, nella narrazione non fa mai prevalere la sua voce su quella delle altre persone che si raccontano, le sue considerazioni trovano riscontro in quelle di altri protagonisti, Il concetto dominante è quello sostenuto dall’antipsichiatria che non esistono i “normali” e i “folli”, esistono piuttosto le persone. che possono avere momenti di difficoltà, incapacità a reggere determinate pressioni, che sono più indifese davanti a certe esperienze, ma restano persone con sentimenti del tutto simili, e a volte più brucianti di quelli degli altri.
«Nessuno può chiamarsi fuori», dice Garlaschelli, «una linea sottile separa realtà e immaginazione», labile il confine fra normalità e follia. L’umanità comune è sottolineata dal fatto che lì. al Centro, medici e infermieri non indossano camici ma si muovono confondendosi con i pazienti. La catalogazione è solo frutto di paura, bisogno di rassicurazione dei cosiddetti normali che desiderano mettersi al sicuro rinchiudendo in un ghetto chi ha reazioni meno prevedibili e in definitiva meno “omologate”. Eppure gli operatori del Centro sono pienamente consapevoli che la differenza sta solo in una diversa capacità di reazione e di assorbimento di certi eventi negativi che sconvolgono la vita.
Il problema poi è anche di ordine sociale. «un ricco è eccentrico, un povero è matto», commenta sempre Emilio, consapevole del doppio disagio di chi soffre di un disturbo mentale in un quartiere povero e degradato.
Grande rilievo viene dato al significato delle parole. La parola è alla base della comunicazione e della possibilità di aiuto in caso di disagio mentale, la parola è alla base del raccontarsi per trovare conforto e della narrazione che diventa testo e libro. In questo contesto può essere ponte o muro, può unire o al contrario ostacolare ogni comunicazione. La parola è la chiave che alla fine viene usata in modo positivo come “espressione” contrapposta alla “repressione” per sciogliere nodi oltremodo stretti e ingarbugliati e rompere la solitudine. Ogni parola, come dice Alda Merini, si può aprire per trovare dentro il seme.
Un capitoletto di questo libro illuminante è dedicato proprio alle parole. quella che ricorre con maggiore frequenza è “aspettare”. Qualcosa che non arriva mai, come la “normalità”. Non c’è una totale guarigione, piuttosto un venire a patti, un imparare a convivere, porre un freno all’angoscia. questo sì è possibile per quasi ognuno dei pazienti per i quali la consapevolezza della malattia rappresenta un ulteriore dolore.
Per tutto questo, FramMenti è una testimonianza importante. uno di quei libri che ci insegnano e ci aiutano a vivere.
Gloria Spessotto da Leggere donna

Chie-chan e io di Banana Yoshimoto
“Erano sei anni che Chie-chan e io abitavamo insieme.
Nel frattempo, lei aveva compiuto trentacinque anni e io quarantadue.
Non immaginavo che avrei passato così la mia età matura.
Due testarde ex ragazze che dividevano l’appartamento e la vita.”
Una grande capacità di descrivere sensazioni anche normali, quotidiane, ma che una volta lette ci si accorge che non erano mai state raccontate così prima, l’intelligenza di scegliere una linea di scrittura e non deviare mai da quella – pur mutando le storie e i personaggi -, la conoscenza profonda dell’animo femminile e delle figure di giovani donne, hanno fatto di Banana Yoshimoto una scrittrice amata e ricercata costantemente dal suo pubblico, ma anche scoperta di volta in volta da nuovi lettori e lettrici.
Gli italiani sono stati tra i primi a scoprire il suo lavoro, popolare prima solamente in Giappone, e tra i primi a invitarla per conoscerla. Per questo probabilmente lei non dimentica l’Italia, dove viene volentieri con una certa regolarità, e inserisce per la prima volta in questo romanzo un po’ del nostro Paese.
Con il taglio minimalista e la sensibilità che la caratterizza, Banana Yoshimoto apre il suo libro con un confronto-scontro intimo tra l’egoismo e l’altruismo della protagonista, Kaori, una donna non più giovanissima che vive con una cugina che è anche una cara amica.
Kaori sta cenando in un ristorante italiano, ma nel corso della cena arriva un sms sul suo cellulare in cui l’amica l’avvisa che è stata ricoverata in ospedale, nulla di grave ma è evidente che ha bisogno di lei. Kaori esita e pensa se godersi la serata, il cibo, la spensieratezza del momento e poi rispondere, o perdere tutto questo e scegliere di andare dall’amica Chie-chan. Un’esitazione, un pensiero che potrebbe appartenere alla vita di tutti, ma che difficilmente troveremo descritto in un romanzo.
Con ritratti di normalità come questo si sviluppa la storia delle due donne, del loro rapporto, con pensieri come “nel monotono scorrere dei giorni, Chie-chan era diventata una presenza quotidiana, un’immagine così abituale che finivo a volte col dimenticarne il valore”; o “non ho la minima idea se Chie-chan andrà a comprare i semi e le piantine di ipomea, se andrà in giro a cercare un computer di seconda mano, o se resterà tutto il giorno a casa a fare le puzie. Ma a guardarla, mi sento felice”; “Chie-chan era Chie-chan, un’esistenza neutrale”…
Le protagoniste dei suoi romanzi, malgrado siano donne che potrebbero rispecchiare l’autrice, non lo sono mai, rappresentando invece figure esterne che lei interroga, atteggiandosi a intervistatrice. Sono comunque sempre quelle donne che il lettore attende di trovare in queste pagine e non ne viene mai deluso.
“Non è un romanzo molto profondo, è un romanzo leggero che si legge per divertirsi”, così lo descrive la stessa Yoshimoto. Forse tutti i suoi romanzi sono così, profondi ma leggeri, fanno arrivare il lettore in certi passaggi nell’oscurità abissale dell’oceano, ma per la maggior parte del tempo lo lasciano galleggiare in superfice, alla luce del sole.
da Wuz



