IL TEMPO
Il futuro è qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all’ora, qualunque cosa faccia, chiunque sia.
Un giorno sua moglie, Ombretta Colli, mi aveva invitato a incontrare Giorgio Gaber, ma il tempo passò e la morte, avvenuta nel 2003, mi impedì di parlare con questo cantautore milanese così originale. Ora un lettore mi invia una frase che non so se faccia parte di un recital di Gaber o di un’intervista. Mi sembra, comunque, adatta a questi ultimi giorni dell’anno, mentre stiamo già tendendo verso il nuovo, verso il futuro. In quelle parole c’è una verità indiscussa ma anche un dato imperfetto. La verità è che il fluire del tempo, «divoratore di ogni cosa», come diceva il poeta latino Ovidio, avanza inesorabile su tutto e su tutti. La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi.
C’è, però, una riserva da fare. Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma come «un vorace cormorano», per usare una definizione di Shakespeare, è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. Sessanta minuti di noia non sono uguali a un’ora trascorsa tra due innamorati. Il tempo può essere «ammazzato» perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca. Il filosofo americano ottocentesco William James osservava giustamente che «l’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa di più duraturo della vita stessa». Solo così il tempo acquista una durata, un sapore e un colore diverso per ciascuno.
Gianfranco Ravasi
Da l’Avvenire del 29 dicembre

USARE IL TEMPO
Quelli che impiegano male il tempo sono i primi a lamentarsi che passa troppo in fretta. L’agenda che ho di fronte mi dice che ho ancora 277 giorni da vivere (se Dio vorrà) nel 2007, ma che 88 sono già svaniti. Mi viene il desiderio di ritornare su un tema che da parecchio non propongo, quello del tempo. Su questa realtà si è accanita per secoli l’acutezza dei filosofi più ancora degli scienziati, anche perché si tratta di una delle dimensioni capitali della nostra esistenza, molto più rilevante dello spazio che rimane pur sempre un po’ esterno a noi. Ogni ora che gocciola via non è, infatti, solo uno scatto dell’ideale orologio cosmico, è soprattutto una porzione della nostra vita che si consuma. Jean La Bruyère, scrittore moralista del ‘600, nei suoi Caratteri, non di rado ospitati in questa rubrica, ci offre una delle tante considerazioni sull’uso del tempo. Potremmo trascriverla con un’esperienza che tutti fanno: quando si ha un favore da chiedere a un altro, non bisogna mai andare da chi ha poco da fare, perché ti dirà sempre che è troppo preso e occupato. Va’, invece, dalla persona dalle mille attività e vedrai che ritaglierà il tempo per aiutarti. E questo non sempre perché il primo è pigro, quant
o piuttosto perché «impiega male il tempo» e, quindi, pur avendo davanti a sé un arco di giorni ampio, si lamenterà sempre che «il tempo passa troppo in fretta». Saper usare bene il tempo è un’arte e non solo una virtù. Vorrei concludere con una variazione sul tema, desumendola dall’Arte di amare di Erich Fromm: «L’uomo moderno fa le cose in fretta per non perdere tempo, ma poi non sa che fare del tempo guadagnato, se non ammazzarlo».
Gianfranco Ravasi
Da l’Avvenire del 29/03/2007

L’INVIDIA
Essere nati senza invidia è indizio di essere nati con grandi qualità.
L’invidia è la consapevolezza della propria mediocrità.
Ritorniamo ogni tanto all’interno di quel pianeta oscuro nel quale tutti non di rado sconfiniamo: intendo riferirmi al mondo dei vizi. Oggi ne prendiamo di mira uno tra i più laceranti anche per chi ne è vittima, l’invidia, e lo facciamo con due battute che hanno genesi diverse, anche se entrambe provengono da pensatori. La prima è di un autore moralista del Seicento francese che spesso ci ha offerto spunti di riflessione, François de la Rochefoucauld. In questa, che è una delle sue Massime, egli ci invita a cercare un esempio da imitare: se vuoi essere sicuro di assegnare una meritata ammirazione, cerca una persona che non conosca l’invidia. È vero: chi non ha questo vizio si rivela veramente una persona alta, nobile e generosa.
Detto questo, la nostra attenzione punta, però, sulla normale esperienza e qui è significativo l’altro monito che ci ha lasciato il filosofo triestino Mario Hrvat (1910-1948). Basta poco perché il mediocre riveli la sua natura: anche di fronte a un modesto successo dell’altro, subito si scatena in lui la recriminazione e la gelosia. Ebbene, senza che egli lo affermi esternamente, quella reazione nasce nel suo animo perché sa di essere limitato, di non avere le capacità altrui; ma, anziché rimanere quietamente nel suo stato, riconoscendo con umiltà le sue reali forze, si abbandona alla detestazione e allo scontento. Ironicamente il grande Goethe notava che «la consolazione più alta del mediocre è di pensare che anche il genio dovrà morire». Cerchiamo, allora, di riconoscere pure la nostra mediocrità quando invidiamo, ma trasformiamo questa scoperta della nostra povertà rendendola fonte di umiltà.
Gianfranco Ravasi
da l’Avvenire del 7 dicembre

TROPPO GENTILE
Su una macchina viaggiano due uomini anziani. Il guidatore è un po’ lento per il traffico nervoso delle sei del pomeriggio. Mette la freccia per svoltare a destra, ma è incanalato nella fila di auto sul lato sinistro della strada. Si sposta incerto, l’auto dietro di lui lo incalza a colpi di clacson: il guidatore si agita, gira e urta lievemente una grossa moto parcheggiata all’angolo. Il motociclista, che sta chiacchierando sul marciapiede con una ragazza, lo guarda furibondo e lo insulta, agitando le braccia. Il guidatore accosta e scende. È dispiaciuto, si scusa, pronto a compilare i documenti dell’assicurazione. Il motociclista non smette di inveire. L’altro anziano, il passeggero, abbassa il finestrino e urla al guidatore: «Te l’ho detto mille volte: tu sei troppo gentile». Troppo? Siamo talmente abituati all’aggressività che la persona cortese oggi corre il rischio di passare per scortese, perché fa uso della cortesia come di un privilegio superato. Come si permette di essere ancora gentile? Di servirsi della gentilezza, anzi, di esibirla in modo così arrogante? Mando un sorriso tardivo a quell’anziano guidatore controcorrente. Gentile troppo gentile.
di L. Bosio
da Avvenire del 28/02/08




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